In questi ultimi giorni i giornali di tutto il mondo hanno riportato le immagini di Papa Francesco in Messico. Oggi è a Ciudad Juárez, città del nord del paese, ormai nota per i numerosi casi di femminicidio e per essere a un passo dal confine con gli Stati Uniti, dove tutti i giorni perdono la vita donne e uomini migranti, messicani e centroamericani, in fuga dalla povertà nella speranza di una vita migliore.

È ancora fresca la ferita della tragedia dei 43 studenti di Ayotzinapa che nella notte tra il 26 e 27 settembre 2014 sono stati fatti sparire dalle autorità locali dello Stato di Guerrero. I fatti di quella notte sono stati ricostruiti in maniera dettagliata nel rapporto del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani con l’obiettivo di restituire alle vittime e ai loro familiari la verità su quanto accaduto. Negli ultimi mesi, invece, i giornali nazionali e internazionali hanno riportato l’aumento del numero delle vittime a Veracruz, non a caso donne impegnate nella comunicazione e nel giornalismo di inchiesta. L’ultima è Anabel Flores Salaza, di 32 anni, freelance per il quotidiano El Sol de Orizaba.
I dati sulla violenza, in Messico diffusa e generalizzata, sono spaventosi, come l’impunità cronica che la legittima. Lo sono quelli sul femminicidio, sulla desaparición forzada, sugli omicidi ed esecuzioni extragiudiziarie, sulle detenzioni arbitrarie e la tortura, sui numerosi massacri. Solo per fare alcuni esempi, fonti governative denunciano che dal 2006 al 2012 i casi di desaparición forzada sono stati 26 mila. Negli ultimi anni, inoltre, sono state rinvenute 125 fosse comuni in 21 Stati, di cui la più nota è quella di San Fernando, dove sono stati ritrovati i resti di numerosi giovani migranti.

A nulla sono servite le 176 raccomandazioni che il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha formulato e indirizzato al Messico negli ultimi anni. Va ricordato che il Messico è stato destinatario del maggior numero di richieste di intervento della Comissione e Corte interamericana dei diritti umani.

Nel 2011 la società civile messicana ha voluto vederci chiaro. Ha costituito una piattaforma sociale di intellettuali, ricercatori, accademici, difensori dei diritti umani e movimenti sociali di tutto il paese per richiedere al Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) di indagare le cause strutturali della violenza e dell’impunità nel paese. Il processo, conclusosi nel 2014, è stato articolato in 10 udienze pubbliche, ognuna delle quali è stata dedicata a un tema specifico, analizzato alla luce dello squilibrio tra libero commercio e diritti dei popoli. Nelle udienze su lavoratori, donne, sovranità alimentare, ambiente, migranti, educazione, giovani, guerra sporca, difensori dei diritti umani, diritto all’informazione, sono stati raccolti ben 500 casi individuali e collettivi di gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità. La società messicana ha messo sotto accusa il funzionamento dello Stato denunciando la simulazione democratica, l’impotenza della giustizia e l’assenza di misure di tutela e garanzia di una vita dignitosa per i tutti messicani.

Nelle recenti analisi condotte negli ultimi anni in diverse parti del mondo, il Tribunale ha messo in evidenza l’aspetto economico della violazione dei diritti umani. Il rapporto senz’altro impari tra mercati e diritti si è tradotto in un indebolimento delle istituzioni democratiche e in un riconoscimento di un ruolo marginale al diritto stesso, divenuto strumento tecnico di regolamentazione del mercato.
Lo sa bene il Messico, che è il primo paese ad aver sperimentato le politiche economiche neoliberali che hanno avuto come conseguenza un aggiustamento forzato della politica economica nazionale secondo quanto stabilito dai numerosi trattati di libero commercio che il paese ha firmato principalmente con gli Stati Uniti e il Canada, in perfetta convivenza con la dimensione criminale della sua economia. Nella sentenza su Libero commercio, violenza, impunità e diritti dei popoli in Messico (2011-2014), il TPP ha riconosciuto infatti la responsabilità dello Stato messicano e di numerose imprese trasnazionali per aver messo in atto un vero e proprio piano di distruzione e riformulazione dello Stato e della società, basato sulle politiche neoliberali.

La Sentenza del TPP è disponibile in inglese e spagnolo nella sezione Sessioni e sentenze.

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